Tibet, Pechino censura il terremoto

L’imminente Expo di Shanghai e la paura di una nuova rivolta in Tibet spingono Pechino a minimizzare la tragedia della contea di Yushu dovuta al terremoto di qualche settimana fa. Succede così che non si conosce ancora il numero reale delle vittime, e che i monaci accorsi in aiuto dei sopravvissuti vengono respinti dai funzionari del partito.

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di Andrea Boretti

tibet monaci terremoto
I numeri, quelli ufficiali del governo, e quelli ufficiosi della popolazione, dei monaci buddisti e delle ONG internazionali non coincidono, ma danno comunque un'idea della gravità della situazione
La terra è tremata a l'Aquila l’anno scorso, ad Haiti lo scorso gennaio e due settimane fa in Cina, o meglio, in Tibet. Nella contea di Yushu il sisma ha avuto conseguenze forse peggiori di quelle che due anni fa ebbe nella regione di Sichuan. Il condizionale è d'obbligo perché a ben due settimane dalla tragedia la situazione risulta ancora poco chiara. Non si conosce la condizione delle strade e la stima delle vittime è controversa, con il governo cinese che pare voler minimizzare l'accaduto e impedisce ai giornalisti, e soprattutto ai monaci, di raggiungere la zona del disastro.

I numeri, quelli ufficiali del governo, e quelli ufficiosi della popolazione, dei monaci buddisti e delle ONG internazionali non concordano, ma danno comunque un'idea della gravità della situazione e del modo in cui il governo cinese la stia gestendo. Inizialmente si parlava di poche centinaia di vittime, poi Pechino ha comunicato che il terremoto avrebbe ucciso 2223 persone, 90 sarebbero scomparse, mentre i feriti sarebbero circa 12000. Diverse le cifre dei monaci e delle ONG che parlano di oltre 6000 morti, mentre per i sopravvissuti la cifra è sicuramente superiore ai 15 mila. Un altro esempio è quello dei 23 mila monaci dell'ordine gelugpa, dei quali il governo dice che solo 84 sarebbero morti, mentre i bonzi contano oltre 1000 vittime tra i confratelli.

Anche la storia e l'architettura buddista hanno pagato il loro prezzo. Gyegu, la città santa dei tibetani, è praticamente rasa al suolo. 87 monasteri buddisti sono crollati e il 60% dei restanti è inagibile. Il Sengze Gyanak Mani, la montagna di pietre sacre più grande al mondo, costituita da oltre 2 miliardi di sassi con incisi i mantra, non esiste praticamente più. Migliaia di icone statue e dipinti delle divinità tibetane sono andate distrutte.

Sempre a Gyegu e provincia sono crollate il 70% delle 192 scuole, le altre, ovviamente, sono inutilizzabili. Le cifre ufficiali, ancora una volta, parlano di soli 207 studenti morti, mentre i monaci hanno elenchi che testimoniano almeno 769 studenti morti nei soli istituti di Gyegu.

In tutto questo i soccorsi volontari dei monaci sono stati bloccati, i 12 mila militari inviati da Pechino sembrano poco attivi nello sgombero di strade ed edifici e la situazione continua a peggiorare. Ha nevicato più volte, l'elettricità e l'acqua sono interrotte e l'unica strada che collega in 18 ore di camion Gyegu a Xining è bloccata da una lunga fila di tir, spesso impantanati nel fango ghiacciato (di notte la temperatura scende a 10 gradi sotto zero). Nei giorni successivi al terremoto i sopravvissuti si sono divisi tra chi cerca di recuperare la legna tra le macerie e chi si preoccupa invece della cremazione dei corpi.

Il "funerale del fuoco" è un vero e proprio trauma per i tibetani che per tradizione lasciano i corpi dei defunti agli artigli degli avvoltoi o alla clemenza delle acque, ma ovviamente visto il numero delle vittime né gli avvoltoi né i pesci sono in numero sufficiente a portare le anime nella prossima vita.

dalai lama tibet cina
Le motivazioni per cui Pechino voglia minimizzare la tragedia e tenere lontani soprattutto i bonzi sono abbastanza semplici da comprendere
Le motivazioni per cui Pechino voglia minimizzare la tragedia e tenere lontani soprattutto i bonzi sono abbastanza semplici da comprendere. La prima, ovviamente di natura economico-politica, è l'Expo di Shanghai vicina ad una importante quanto sensibile inaugurazione. Per questo motivo i cinesi non possono permettere che filtrino le polemiche relative alle costruzioni dello stato - scuole e abitazioni di recente costruzione - crollate nella contea di Yushu in percentuale non accettabile nonostante la violenza del sisma. Questo attirerebbe l'attenzione sulla corruzione dei funzionari di partito e sulla gestione degli appalti (ora si teme anche per quelli della ri-costruzione), risvegliando una questione sociale che in Tibet, dalle rivolte di due anni fa, è stata solo repressa ma mai risolta. Proprio il conflitto sociale è la seconda motivazione per cui Pechino vuole tenere lontani i monaci da Gyegu. Sono loro, infatti, che proprio due anni fa aizzarono la rivolta che poi si allargò da questa regione a Lasha e a tutto il Tibet.

In questi giorni i TG cinesi trasmettono solo immagini di soldati e funzionari di partito al lavoro. Wen Jiabao e Hu Jintaoo, poi, sono stati immortalati nel corso delle loro visite e dei loro bagni di folla. La scene così descritte assomigliano molto, con le dovute proporzioni, a quelle viste in Italia nelle settimane successive al sisma dell'Aquila. Sciami e sciami di politici alla ricerca di 30 secondi di santità all'interno del TG della sera. Questo ci fa capire, una volta di più, come ormai la globalizzazione sia cosa fatta almeno nel malcostume e nella gestione della comunicazione.

Tra qualche mese se una notizia proveniente da oriente dovesse parlare del miracolo cinese, della costruzione di una nuova città (o new town che dir si voglia) nel cuore del Tibet non ci stupiremo. Saremo consapevoli in quell'occasione che la realtà è un'altra cosa e che non bastano ruspe e miliardi regalati al primo imprenditore sciacallo per rimettere in piedi il Sengze Gyanak Mani o alcune delle pagode distrutte in questa tragedia umana e culturale.

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30 Aprile 2010 - Scrivi un commento
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