Si è provata una nuova tecnica di studio: anziché misurare i livelli di carbonio ad altezza suolo, come è in uso, un gruppo di scienziati lo ha fatto in quota, verso i cinquemila metri, grazie a dei piccoli aerei. In quel modo si è potuto tenere conto anche dei flussi atmosferici. E si è scoperta l’importanza delle foreste tropicali ed equatoriali nell’abbattimento della CO2, un contributo molto superiore a quanto si pensasse.
Da decenni, però, la foresta amazzonica e tante altre della fascia equatoriale e tropicale si stanno riducendo, prevalentemente per la sistematica azione dell’uomo in cerca di nuovo spazio da far fruttare, o di legname e risorse naturali da vendere. In questi stessi decenni le Ong, anche senza conoscere i risultati di questa ultima ricerca, si sono sgolate a difesa delle foreste equatoriali, in nome della biodiversità e dei potenziali effetti anti-inquinamento. Ma una vera inversione di tendenza non c’è mai stata.
Da tutto questo si traggono alcune conseguenze. Innanzitutto che gli alberi sono importanti. L’abbiamo sempre saputo, sia a livello scientifico che intuitivo, sia in ottica naturalistica che per la nostra salute (non solo fisica). Ma l’istinto espansivo incontrollato (crescere, fortissimamente crescere) ha sempre prevalso a discapito delle foreste. Ora che l’emergenza climatica è conclamata si fa una timida e parziale marcia indietro. Si piantano alberi qua e là, spesso nei modi sbagliati, continuando tranquillamente a distruggere le foreste tropicali.
Fa comodo alle nostre coscienze e all’immagine di alcune multinazionali aderire a questi programmi di compensazione della CO2. Ma i criteri della riforestazione andrebbero perlomeno ripensati, mentre la vera rivoluzione sarebbe la conservazione di ciò che già esiste. Nemmeno l’informazione ambientalista si accorge sempre di questa contraddizione. E dà manforte alla miopia collettiva: la “politica degli alberi” predominante oggi è ancora strumentale e di corto respiro.
Conoscere la terra che abiti è benessere
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