Tutti i bambini del mondo dovrebbero essere tutelati allo stesso modo o perlomeno dovrebbero avere i medesimi diritti, ma i pensieri non coincidono sempre con la realtà, che a volte è molto, molto diversa.
I bambini di alcuni paesi del terzo mondo, ad esempio, non godono di quasi nessuno dei diritti fondamentali ( istruzione, alimentazione, salute ecc… ), compreso quello alla vita.
E’ agli occhi di tutti che i bambini del Congo o quelli del Brasile o ancora quelli della Thailandia non hanno il “ privilegio “ dei diritti che hanno invece i nostri bambini, quelli della Francia, della Germania o degli USA.
Meno evidente è il fatto che anche i bambini italiani non godono di diritti che invece spettano a quelli francesi e a quelli tedeschi.
Certamente mi riferisco a diritti, forse, molto meno importanti di quelli sopra citati, ma pur sempre diritti.
Sto parlando del diritto all’ informazione.
Ultimamente capita sempre più spesso di riscontrare irregolarità o semplici curiosità sulle etichette di alcuni prodotti alimentari, soprattutto su quelle che riportano in aggiunta all’ italiano traduzioni in altre lingue.
Su una confezione di bevanda alla soia attualmente in commercio, tanto per fare un esempio, sono presenti indicazioni in tre lingue diverse, per la precisione in italiano, in francese e in tedesco.
Mentre nella prima ( quella in italiano ) tali indicazioni si limitano ad una presentazione del prodotto, delle sue caratteristiche e delle modalità di conservazione, in entrambe le altre (quella in francese e in tedesco) è presente un’ avvertenza aggiuntiva che riporto testualmente in francese: Attention : … n’ est pas destinée aux enfants de moins de 12 mois.Consultez votre pédiatre. e che penso si possa tradurre all’incirca così (scusate eventuali imprecisioni che, però, non sviano dal senso della frase):
Attenzione : …( questo prodotto ) … non è destinato ai bambini di età inferiore ai 12 mesi.Consultate il vostro pediatra.
Penso che chiunque, dopo aver guardato l’etichetta ed aver letto questa frase, abbia il diritto di chiedersi se quella bevanda possa far male ( ai bambini ) o se quelle indicazioni si trovino lì solo per un eccesso di prudenza del produttore. In questo caso, però, sorge spontanea la domanda: “Perché usare prudenza solo per due Paesi ?”.
Avendo vissuto questa esperienza in prima persona, ed essendomi posto questa domanda, ho contattato immediatamente l’ Azienda produttrice, al fine di avere chiarimenti in merito, pensando perlopiù che quella avvertenza in italiano fosse stata omessa a causa di una svista.
Per fare più velocemente, ho inviato una e-mail.
L’ Azienda mi ha risposto dopo pochissimi minuti, dimostrando di avere un efficientissimo servizio clienti. La risposta è stata, però, meno soddisfacente.
Il Customer Service ( Servizio Clienti ), infatti, nella mail riportava che era loro convinzione che i genitori italiani fossero adeguatamente informati sugli alimenti idonei ai propri bambini nei primi dodici mesi di vita.
Da questa risposta, ho pensato fosse logico per chiunque dedurre che i genitori francesi e tedeschi non siano altrettanto informati in merito. Ma è mai possibile una cosa del genere?
Sotto il dubbio inquietante di questa seconda domanda, ho inviato un’altra e-mail all’ Azienda, in cui affermavo che, a mio parere, per quei tre Paesi le diciture in etichetta dovessero essere simili poiché simili sono gli abitanti. (Riferendomi in generale alle culture, agli usi e non alle persone).
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